Pensioni, è l’ora dei giovani

11/07/2023 – collettiva.it

Tavolo governo-sindacati sulla previdenza. Cgil: “Sconfiggere la precarietà e rafforzare il patto tra generazioni, altrimenti il sistema andrà in crisi”

Si torna a parlare di pensioni e questa volta tocca ai giovani, con la convocazione del tavolo tecnico prevista per oggi (martedì 11 luglio). Tra i sindacati non trapela molto ottimismo. Dopo le promesse in campagna elettorale di mettere mano alla Fornero è seguito solo silenzio. Neanche l’ultimo tavolo, quello del 26 giugno, ha portato novità. 

Solo slogan

“Si è proseguito con gli slogan senza nessun impegno concreto”, dichiara Lara Ghiglione, segretaria confederale Cgil con delega alla previdenza: “Anzi, abbiamo registrato solo passi indietro”. Il futuro pensionistico dei giovani è strettamente collegato al lavoro ed è proprio qui che il governo sta dando il peggio di sé.

“Con il decreto lavoro si aumenta la precarietà”, attacca la sindacalista: “Vanno in questa direzione l’innalzamento del tetto per l’utilizzo dei voucher a 15 mila euro e la liberalizzazione dei contratti a termine. Il tema della precarietà del lavoro e dei bassi salari è direttamente collegato a quello della previdenza, non solo perché il lavoro precario non potrà garantire in futuro una pensione dignitosa, ma anche perché un allargamento della base contributiva potrà determinare in prospettiva maggiore equilibrio e sostenibilità al nostro sistema pensionistico”.

Giovani: un po’ di numeri

La situazione dei giovani in Italia è sotto gli occhi di tutti. A scorrere i dati Istat riferiti al 2022 c’è da rabbrividire. Quasi la metà dei giovani tra i 18 e i 34 anni vive in condizioni di deprivazione sotto il profilo sociale, dell’istruzione, della salute, del lavoro e del benessere. Sono ben 1.670.000 i Neet, cioè i giovani tra i 15 e i 29 anni che non lavorano e non studiano.

Ancora: il tasso italiano di occupazione giovanile è inferiore di oltre 15 punti alla media dell’Unione Europea. Anche nella classe 30-34 anni – quando si possono considerare conclusi i percorsi post-laurea – il 12,1% dichiara di non aver mai lavorato. Inoltre, spesso quando i giovani trovano un’occupazione si tratta di un “lavoro povero”, in un Paese in cui già si guadagna poco.

Cosa chiedono i sindacati

Le richieste dei sindacati sono note. Oltre, come detto, alla necessità di sconfiggere la precarietà, a coloro che svolgono lavori instabili e discontinui, con retribuzioni basse, bisogna garantire una pensione contributiva di garanzia valorizzando tutti quei periodi degni di tutela: i periodi di inoccupazione legati a politiche attive, di formazione, di stage, di tirocinio, di studi universitari, di lavoro di cura. Questa misura, tra l’altro, incentiverebbe il versamento contributivo e il sistema pubblico, dando garanzia di sostenibilità al nostro sistema previdenziale a ripartizione.

“È infatti necessario – spiega Ezio Cigna, responsabile previdenza della Cgil nazionale – rafforzare il patto intergenerazionale, soprattutto in un sistema previdenziale a ripartizione come il nostro, dove i contributi dei lavoratori attivi servono a pagare le pensioni di chi si trova già in pensione”.

Se questa sfida non verrà colta, continua Cigna, si potrebbe “determinare una crisi profonda dell’attuale sistema, visto che proprio i giovani saranno disincentivati a rimanere nel mercato del lavoro e a versare i contributi, se non avranno in cambio certezze sulla loro futura pensione”.

Insomma, conclude Ghiglione, “se ogni occasione di confronto e di discussione è importante, la sensazione è che questi tavoli non portino da nessuna parte. Se vogliamo veramente uscire dalla trappola della povertà, sia per i giovani sia per gli anziani, bisogna invertire decisamente la rotta delle politiche di questo governo”.

Questi, comunque, i prossimi tavoli: flessibilità in uscita ed esodi (martedì 18 luglio), lavori gravosi e tutela previdenziale delle donne (martedì 5 settembre), previdenza complementare (lunedì 18 settembre). Sperando che i confronti siano veri.

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Previdenza, si riparte dai giovani

13/02/2023

Tavolo tecnico con il governo. Ferrari, Cgil: per una pensione dignitosa basta precarietà e bassi stipendi. Necessario anche l’assegno di garanzia

Giovani e donne: di gran lunga i segmenti più fragili del mercato del lavoro in Italia. Più fragili nel lavoro e, dunque, anche per quanto riguarda il futuro previdenziale che la legge Fornero – contraddicendo le promesse – ha contribuito a peggiorare. Proprio a giovani e donne è dedicato il primo tavolo tecnico che il governo ha convocato per oggi (13 febbraio). Un incontro calendarizzato lo scorso 19 gennaio in un altro incontro che però per la Cgil, aveva spiegato il segretario confederale Christian Ferrari, è stato “pletorico, interlocutorio e senza risposte concrete, essendo anche mancati una tempistica certa e un ”quadro definito di risorse”. 

Il nodo è il lavoro

Cosa chiederanno i sindacati al governo? Bisogna partire da una premessa. Per Ferrari, il nodo della questione sta nel lavoro: “Per garantire l’equilibrio e la sostenibilità a lungo termine del sistema pensionistico sono necessarie politiche finalizzate alla creazione di nuova occupazione, al contrasto della precarietà e all’aumento dei salari. Bisogna quindi superare la precarietà che ormai da anni è presente nel nostro Paese e affligge in particolare le giovani generazioni. La strada esattamente opposta a quella intrapresa nell’ultima legge di bilancio, con l’allargamento dei voucher, e confermata dall’annuncio di una prossima, ulteriore deregulation dei contratti a termine”. È evidente che in un sistema contributivo, se le retribuzioni sono basse, anche le pensioni future lo saranno.

Ma se la legge Fornero non verrà profondamente rivista a pagarne il conto salato non saranno solo i giovani. Per questo, continua il sindacalista, “è necessario rafforzare il patto intergenerazionale, soprattutto in un sistema previdenziale a ripartizione come il nostro, dove i contributi dei lavoratori attivi servono a pagare gli assegni di chi si trova già in pensione. Se questa sfida non verrà colta, se non si daranno certezze ai giovani sulla loro futura pensione, incentivandoli a rimanere attivi nel mercato del lavoro e a versare i contributi, si rischia davvero di andare incontro ad una crisi profonda dell’attuale sistema”. 

In pensione troppo tardi

Attualmente, dunque, rispetto alla previdenza esistono due problemi che affliggono le nuove generazioni e che andrebbero rimossi. Oltre al primo che, come detto, riguarda l’impossibilità di raggiungere importi di pensione dignitosi, c’è quello dell’accesso al pensionamento in età molto avanzata. Su questo incide anche l’aumento esponenziale dell’inflazione che di fatto costringerà moltissimi giovani ad andare in pensione addirittura a 73 anni.

Come questo sia possibile ce lo spiega Ezio Cigna, responsabile Politiche previdenziali della Cgil nazionale, con una sorta di proiezione. “Quella norma – spiega – ha introdotto una flessibilità in uscita anticipata a 64 anni di età con almeno 20 anni di contributi, ma con un importo soglia da raggiungere pari al 2,8 volte l’assegno sociale, il che nel 2023 è pari a 1.409 euro. L’altra uscita possibile è a 67 anni di età, con almeno 20 anni di contributi e un assegno pari ad almeno 1,5 volte l’assegno sociale, che per il 2023 è pari a 754 euro. In alternativa, è possibile andare in pensione a 71 anni di età con almeno 5 anni di contributi, senza alcun importo di pensione da raggiungere. Continuerà, ovviamente, a esistere la pensione anticipata (che ha sostituito la pensione di anzianità), con 42 anni e 10 mesi di contribuzione (un anno in meno per le donne)”. 

Questi i requisiti a oggi. Ma con l’aumento dell’inflazione, aumenta anche l’assegno sociale e di conseguenza le soglie minime per l’uscita. “In sostanza – commenta l’esperto – anche se le retribuzioni reali non crescono, le soglie continuano a alzarsi e quindi molte più persone faranno fatica a raggiungere quegli importi minimi e dunque saranno costrette a pensionarsi più tardi”. Al 2035, quando inizieranno a ritirarsi i giovani di oggi, l’aumento dell’età pensionabile sarà di due anni.

Una pensione di garanzia

I giovani dunque andranno in pensione sempre più tardi e con importi spesso inadeguati, vista la precarietà e la frammentazione delle carriere e i rischi di disoccupazione. Per Cigna, dunque, “bisogna pensare a strumenti per consentire una riduzione dei rischi, in favore dei lavoratori più fragili. Per la Cgil è necessaria l’introduzione di una pensione di garanzia da inserire all’interno delle logiche dell’attuale schema contributivo, nel mix tra anzianità ed età di uscita. Il che vuol dire che più crescono contribuzione ed età più aumenta l’assegno di garanzia. A questo bisogna aggiungere la valorizzazione per i periodi degni di tutela, come la formazione, le politiche attive, gli stage, i tirocini, i periodi di inoccupazione”.

E le donne?

Come è noto le donne sono state le più colpite dalla riforma Fornero, che di fatto ne ha allungato l’età pensionabile: sette anni per chi avevano iniziato a lavorare prima del 1995 e altrettanto per chi è nel regime contributivo, visto che non riuscirà mai a raggiungere gli importi soglia per uscire prima dei 73 anni.“La prima risposta, seppur non sufficiente è quella di ripristinare opzione donna, che è stata di fatto cancellata dalla legge di bilancio, con i requisiti previgenti. La Cgil lo ha chiesto all’incontro del 19 gennaio e lo ribadirà oggi”.

Oltre a questo, la piattaforma di Cgil, Cisl e Uil propone un’uscita flessibile a partire da 62 anni. Per i sindacati occorre partire da qui. Le donne svolgono un lavoro di cura in ambito familiare straordinario che deve avere un riconoscimento previdenziale.

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Pensioni, un tavolo senza risposte

19/01/2023 – collettiva.it

L’incontro tra governo e sindacati sulle pensioni “non è andato bene”. Lo ha detto il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, al termine del confronto tra esecutivo e parti sociali avvenuto oggi, 19 gennaio, alla presenza, tra gli altri, della ministra del Lavoro Marina Calderone.

Disponibilità generica al confronto

I rappresentanti del governo Meloni hanno dato a Cgil, Cisl e Uil una “disponibilità generica ad avviare dei tavoli di confronto – spiega Landini -. Ci hanno indicato un primo incontro l’8 febbraio su giovani e donne, ma non abbiamo avuto nessuna risposta sui tempi con cui fare questo confronto, che per noi va fatto rapidamente, prima che venga realizzato il Def, perché serve capire se ci sono o no le risorse e la volontà politica di realizzare la riforma della legge Fornero”.

Le richieste di Cgil, Cisl e Uil

Le confederazioni hanno “ribadito che il confronto va fatto sulla piattaforma che Cgil, Cisl e Uil hanno presentato al governo”, dunque “richieste molto precise”: “La pensione di garanzia per i giovani e per le donne la possibilità di uscire in modo flessibile a partire da 62 anni – spiega sempre Landini -, i 41 anni di contributi, il riconoscimento e la regolazione dei lavori gravosi, il riconoscimento del lavoro di cura, delle differenze di genere e allo stesso tempo l’incentivazione in un piano anche legislativo del ricorso alla pensione integrativa”.

Rivalutare le pensioni, adeguare i salari 

Prosegue Landini: “Abbiamo anche posto il tema della rivalutazione delle pensioni e abbiamo ribadito che la legge finanziaria non ha fatto altro che prevedere interventi che hanno tagliato sulle pensioni. Infine abbiamo posto un tema di fondo: siccome si parla di sostenibilità del sistema, questa sostenibilità è legata anche al superamento del lavoro precario”, quindi occorre “adeguare i salari”. Le persone devono avere “un lavoro di qualità con contributi e diritti”, per questo i sindacati hanno “chiesto non solo di superare i voucher, ma di aprire un vero e proprio tavolo di trattativa che rimetta in discussione le leggi sbagliate sulla precarietà e che stabilisca che i giovani non devono avere un futuro di precarietà, ma la possibilità di rapporti di lavoro e salari dignitosi”. 

Chiudere prima del Def

“Sull’insieme di queste questioni noi oggi non abbiamo ricevuto risposte di merito, se non una disponibilità ad aprire altri tavoli. Bisogna passare dalle parole ai fatti e c’è bisogno di risposte molto più precise. Vogliamo che il governo risponda alla nostra piattaforma”. Ma è fondamentale, ha ribadito Landini, che “il confronto si concluda prima che venga elaborato il Documento di programmazione economica del governo ad aprile. Perché è dentro quel documento che si decide se nei prossimi anni ci sono o no le risorse per fare le riforme che noi stiamo chiedendo”. 

Una pensione di garanzia

“Raccontarci che il confronto può andare avanti anche tutto l’anno per vedere che cosa si farà nella propria legge finanziaria significa in realtà non voler mettere mano alla legge Fornero”. Cgil, Cisl e Uil insistono sulla necessità di una “pensione di garanzia per i giovani e le donne” in condizioni di precarietà: “Non puoi avere un sistema contributivo puro, servono degli elementi di solidarietà, e quindi risorse che riguardano la questione fiscale. La riforma fiscale nel nostro Paese è un punto decisivo, sia per aumentare gli stipendi, sia per affrontare l’estensione dei diritti, dalle pensioni alla sanità pubblica”, ha concluso Landini.

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Governo nel caos: a gennaio salta rivalutazione per quattro milioni di pensionati

19 Dicembre 2022 – libereta.it

Niente rivalutazione sulla pensione di gennaio per quattro milioni di pensionati. A denunciarlo è Ivan Pedretti, segretario generale del Sindacato dei pensionati della Cgil, il quale ha sottolineato che l’Inps non è stato messo nelle condizioni di erogare gli importi rivalutati per tutte le pensioni sopra quattro volte il trattamento minimo. La rivalutazione avverrà solo per le pensioni sotto questa soglia, ma sarà comunque recuperata nei mesi successivi attraverso un conguaglio.

«Sulle pensioni – afferma Pedretti – il governo è letteralmente nel caos e questo danneggia fortemente i pensionati, già colpiti dal taglio previsto dalla manovra. L’emendamento del governo, che doveva ripristinare il 100% di rivalutazione almeno fino a 5 volte il trattamento minimo, si è rivelato una bufala» perchè la perequazione si limita soltanto all’85%, con un taglio ulteriore per chi ha importi superiori.

Il segretario ha ricordato inoltre come anche la misura sulle pensioni minime porti in realtà ad aumenti risibili, per un solo anno e non per tutti. Secondo fonti di governo c’è l’accordo politico in maggioranza sull’ aumento a 600 euro delle pensioni minime per gli over 75. La modifica alla manovra dovrebbe essere introdotta attraverso un emendamento dell’esecutivo, in via di definizione.

«Bene abbiamo fatto a scendere in piazza venerdì scorso a Roma – continua Pedretti – e bene faremo a continuare a mobilitarci nei prossimi mesi contro un governo che vessa e penalizza i pensionati».

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Manovra, il 16 dicembre manifestazione dei pensionati a Roma

01/12/2022 – collettiva.it

L’ha indetta lo Spi Cgil: la manovra “si accanisce contro uomini e donne che hanno lavorato duramente per una vita versando tutti i contributi”

Ipensionati scendono in piazza contro la legge di bilancio del governo Meloni. Lo Spi Cgil ha indetto una manifestazione nazionale a Roma, il 16 dicembre: “Il governo taglia la rivalutazione delle pensioni, si accanisce contro uomini e donne che hanno lavorato duramente per una vita versando tutti i contributi e smonta una conquista del sindacato senza alcun confronto”, afferma il sindacato pensionati Cgil in una nota. 

“Non possiamo restare fermi di fronte a un grave e pesante attacco ai diritti di milioni di pensionati – prosegue lo Spi – e per questo il prossimo 16 dicembre saremo in piazza Santi Apostoli a Roma per manifestare tutto il nostro dissenso”.

“Il governo – continua il sindacato – tratta i pensionati come un bancomat e si prende dalle loro tasche 3,7 miliardi di euro in un solo anno per finanziare la flat tax e misure che favoriscono furbi ed evasori, taglia le risorse alla sanità, non fa nulla per dare seguito alla legge delega sulla non autosufficienza degli anziani e spinge verso l’autonomia differenziata che aumenterà le diseguaglianze nel paese”.

“La manifestazione nazionale del 16 dicembre – conclude lo Spi Cgil – è da considerarsi solo l’inizio di un lungo percorso di mobilitazione che si renderà necessario per respingere decisioni politiche che colpiscono così duramente milioni di pensionati e di persone anziane”.

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Pensioni, i veri numeri della manovra

collettiva.it – 30/11/2022

L’Osservatorio previdenza Cgil fa chiarezza sulle scelte del governo: 3,7 miliardi sottratti, Quota 103 per pochi, abolita di fatto Opzione donna

Le misure previdenziali approvate dal Consiglio dei ministri sono “molto limitate, largamente insufficienti e, in alcuni casi, addirittura peggiorative rispetto al quadro normativo vigente”. Lo affermano gli esperti dell’Osservatorio previdenza della Cgil e della Fondazione Di Vittorio, che hanno analizzato gli interventi sulle pensioni varati nel ddl Bilancio del governo Meloni. Un’operazione verità dalla quale purtroppo non vengono buone notizie. Nonostante gli impegni assunti dalla presidente del Consiglio sul coinvolgimento delle organizzazioni sindacali e sull’apertura di un confronto di merito e preventivo, con il ddl Bilancio il governo interviene in maniera unilaterale anche sul terreno pensionistico. Ma non c’è solo un problema di metodo, ci sono – non meno gravi – le questioni di merito. Per rendersene conto basta guardare i numeri nudi e crudi, non dimenticando mai che dietro le cifre ci sono le persone.

Tre miliardi e mezzo sottratti

Il saldo delle risorse previsto dal governo sul “capitolo pensioni” non mente: nel 2023 a fronte di 726,4 milioni di euro che finanziano i diversi interventi (Quota 103, Opzione donna, Ape sociale e altro), si sottraggono al sistema ben 3,7 miliardi di euro tra taglio della rivalutazione delle pensioni in essere (-3,5 miliardi solo nel 2023) e abrogazione del fondo per l’uscita anticipata nelle Pmi in crisi (-200 milioni). Se si considera il triennio, le mancate rivalutazioni ammonteranno a 17 miliardi.

In realtà, le risorse che saranno effettivamente spese – sulla base della nostra analisi – saranno poco più di un terzo: 274,3 milioni, con un risparmio di 452,1 milioni. Se infatti guardiamo le platee interessate dalle misure previste, si comprendono le ragioni di questo risparmio e si chiarisce ancor di più la sostanza reale delle scelte previdenziali del governo.

Quota 103 per pochi

Secondo le stime dell’Osservatorio previdenza di Cgil e Fondazione Di Vittorio – tra “Quota 103” (che consentirà l’uscita a 11.340 persone, di cui 9.355 lavoratori e appena 1.985 lavoratrici, in luogo delle 41.100 annunciate), “Opzione donna” (solo 870 rispetto alle 2.900 previste, che sarebbero già pochissime), conferma dell’Ape sociale (13.405 rispetto alla previsione di 20.000) – nel 2023, la platea reale delle persone che usufruiranno di questi tre istituti sarà di 25.615. Per tutti gli altri c’è la legge Fornero.

Si torna velocemente alla legge Fornero

Per il segretario confederale della Cgil, Christian Ferrari: “Così non vengono affrontate in alcun modo le criticità presenti nel nostro sistema pensionistico, e men che meno si prefigurano le condizioni per una riforma complessiva del nostro impianto previdenziale. Nessun superamento della legge Fornero, dunque, e nemmeno la possibilità di accedere al pensionamento con 41 anni di contribuzione. Gli slogan e le promesse elettorali, ancora una volta, si configurano come vera e propria pubblicità ingannevole. In sostanza, non solo non c’è alcun miglioramento né allargamento delle tutele e dei diritti previdenziali, ma c’è un intervento regressivo rispetto alla situazione attuale, con una stretta – anche finanziaria – che indica una direzione molto chiara, in perfetta continuità con il recente passato. Prima quota 100, poi quota 102, adesso quota 103: si procede spediti verso un ritorno alla legge Fornero ‘in purezza’”.

Fanno cassa alle spalle di pensionati e lavoratori

“Non si rispetta – prosegue il segretario confederale Cgil – nemmeno la ‘regola’ annunciata dal ministro Giorgetti, per cui gli interventi nei diversi settori si dovrebbero finanziare all’interno di quegli stessi settori. Anzi, sulla previdenza succede esattamente l’opposto: si fa cassa sulle spalle di lavoratori e pensionati per tagliare le tasse a professionisti da 85mila euro annui. Intanto, nessuna risposta ai giovani, a chi svolge lavori gravosi e, soprattutto, alle donne, che hanno pagato il prezzo più salato delle “riforme” degli ultimi 15 anni.

Per quanto riguarda i giovani, del resto, è emblematica la reintroduzione dei voucher, che prevedono versamenti contributivi irrisori. Invece di contrastare la precarietà, che sta condannando le nuove generazioni a un presente ben poco dignitoso e a un futuro da pensionati poveri, la si implementa e la si peggiora, compromettendo l’equilibrio anche finanziario del sistema pensionistico nel suo complesso”.

Abolita di fatto Opzione donna

“Paradigmatica, inoltre, la modifica di “Opzione donna” che – aggiunge Ferrari – nonostante preveda il ricalcolo totalmente contributivo dell’assegno (e costituisca, quindi, solo un anticipo di cassa senza alcun costo aggiuntivo per il bilancio previdenziale) – è oggetto di un intervento così radicale da determinare, attraverso lo svuotamento della platea, un’abrogazione di fatto dell’istituto. Oltretutto – anche rispetto al tavolo, per ora solo annunciato, che in base alle intenzioni del Governo dovrebbe mettere mano ad una riforma previdenziale nel corso del 2024 – da queste prime misure si prefigurano un’impostazione e dei margini finanziari che smentiscono l’obiettivo di una vera riforma strutturale che assicuri sostenibilità sociale e dia risposte alle persone”.

Cgil: giudizio nettamente negativo

“Per parte nostra – conclude Ferrari – il giudizio sulla strada intrapresa dall’esecutivo in materia previdenziale è nettamente negativo. Ribadiamo la necessità di una vera riforma del nostro impianto pensionistico, così come indicato nella piattaforma sindacale unitaria, attraverso l’uscita flessibile a partire dai 62 anni, il riconoscimento della diversa gravosità dei lavori, la pensione di garanzia per i giovani e per chi ha carriere discontinue e povere, il riconoscimento del lavoro di cura e della differenza di genere, l’uscita con 41 anni di contributi senza limiti di età”.

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Pensioni. Il governo taglia la rivalutazione. Spi: penalizzati 4,3 milioni di pensionati

22 Novembre 2022 – libereta.it

Secondo il sindacato dei pensionati della Cgil, il governo nega il recupero del potere di acquisto a “chi ha lavorato e versato contributi per 40 anni”. In media la perdita sarebbe di 1200 euro all’anno. La rivalutazione promessa alle pensioni minime sarà invece di pochi euro al mese rispetto a quanto già prevedeva la normativa

“Una perdita media pro-capite di oltre 1.200 euro all’anno per 4,3 milioni di pensionati”.I primi calcoli dello Spi Cgil, sulle novità annunciate dalla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni stamane in conferenza stampa, mostrano che il taglio della rivalutazione per le le pensioni superiori a quattro volte il minimo avrà un costo. E pagarlo, questo costo, saranno quelli “che hanno lavorato e versato i contributi per 40 anni, che non percepiscono un assegno alto ma di 1.800 netti al mese”.

In una nota, l’organizzazione dei pensionati della Cgil fa notare che si tratta nella sostanza “di pensioni di lavoratori dipendenti, frutto di una vita di lavoro e che ora rischiano di avere una rivalutazione di gran lunga inferiore a quella che dovevano percepire” secondo la legge in vigore.

La legge in questione è la 388 del 2000, con cui si sancì allora il passaggio a una rivalutazione per fasce di reddito, con un recupero del 100 per cento per assegni fino a quattro volte il minimo (525,38 euro), del 90 per cento per assegni tra quattro e cinque volte il minimo, e del 75 per cento per assegni di importo superiore. Era il sistema per assicurare il recupero, seppur parziale, del potere di acquisto a tutte le pensioni logorate dall’inflazione di questi mesi…

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Rivalutazione delle pensioni

La riconquista del meccanismo di rivalutazione delle pensioni per cui ci siamo a lungo battuti e mobilitati, sommata a un’inflazione molto alta, porterà da gennaio a un significativo adeguamento al costo della vita per i pensionati e le pensionate.

È un risultato importante e il frutto della nostra determinazione. Riteniamo estremamente utile e necessario informare tutti di questa nostra conquista, ottenuta con il governo Draghi e non di certo da attribuire a quello che si è appena insediato.

Ivan Pedretti segretario generale spi-cgil.

Lavoro, fisco, pensioni: quali risposte?

09/11/2022 – collettiva.it

Primo incontro tra i sindacati e la premier Meloni. Landini: “Il governo ci dica cosa intende fare e apra un confronto con le parti sociali”

Salari, pensioni, fisco, lotta alla precarietà, politica industriale, caro bollette. I temi sul tavolo sono tanti e scottanti. Il battesimo della premier Giorgia Meloni con i sindacati, convocati a Palazzo Chigi alle ore 16, deve affrontare una serie di emergenze che da anni sono diventate strutturali in un Paese sempre più in affanno. E poi c’è la legge di bilancio, nella quale si capirà molto bene quale indirizzo vorrà prendere questo governo, quali risorse metterà in campo e su quale voci verranno allocate.

L’inizio di questo esecutivo non è stato un granché. Il decreto anti-rave, quello sui migranti, “ci sono sembrati un brutto inizio”, ammette il segretario generale Cgil Maurizio Landini. “Aggiungerei anche l’aumento del contante a 10 mila euro in un Paese dove ci sono sei milioni di persone che, lavorando, non arrivano a 10 mila euro lordi: il problema nel nostro Paese non è alzare il contante, è mettere il contante nelle tasche di chi non ce l’ha”.

Landini: ecco le nostre proposte

A chi gli domanda se è fiducioso per l’incontro, il leader della Cgil è netto: “Sono molto realista”. La richiesta di un incontro “è perché vogliamo risposte, pensiamo sia il momento di produrre dei risultati“. La situazione, dice, “è molto difficile, dovrà essere il governo a decidere se nel rapporto con i sindacati intende avviare delle trattative e ricercare soluzioni condivise”.

Le proposte messe in campo dalla Cgil sono note: “Sul fisco noi non pensiamo che la strada sia la flat tax. Pensiamo che in questo momento serva avviare una riforma che intervenga per aumentare il netto in busta paga a partire dai redditi più bassi. Dall’altra parte, pensiamo sia il momento d’investire maggiormente, ad esempio, sulla sanità pubblica e sulla scuola”.

E ancora, aggiunge Landini, “è la lotta all’evasione fiscale che va fatta in modo molto serio. E quando parlo di extra-profitti penso che questa crisi, sia la pandemia prima sia la guerra che oggi è in atto, abbia aumentato per alcuni i profitti e quei profitti vanno redistribuiti al resto del Paese che ne ha bisogno”.

Flat tax, no grazie

Il sindacato di corso Italia ribadirà alla presidente del Consiglio tutta la sua contrarietà alla cosiddetta tassa piatta. “In un Paese – sottolinea Landini – che ha 120 miliardi di evasione fiscale, il tema fondamentale diventa come si combatte quest’evasione fiscale. Abbiamo bisogno di una riforma fiscale che assuma il principio della progressività prevista dalla nostra Costituzione e che riduca la tassazione a partire dai livelli più bassi”.

I numeri sono come sempre eloquenti: l’87% dei pensionati e dei lavoratori dipendenti ha un reddito annuo lordo inferiore ai 35 mila euro ed è chiaro, aggiunge il sindacalista, che “il tema su cui agire ha questa caratteristica e, così come abbiamo scioperato un anno fa per chiedere al Governo Draghi di modificare la propria proposta sul fisco, pensiamo che quelle stesse ragioni ci portano oggi a sostenere questa proposta”.

Reddito di cittadinanza: che fare?

Tema caldo di questi giorni: il reddito di cittadinanza. In una recente intervista al Corriere della Sera il sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon avverte: “Il sussidio non può essere a vita, va fissato un termine oltre il quale non si può andare, un po’ come con la Naspi (l’indennità di disoccupazione ndr)”. Secondo l’esponente leghista, un percorso “ragionevole prevede, dopo i primi 18 mesi di reddito, che si possa andare avanti al massimo per altri due anni e mezzo, ma con un decalage”.

Ma anche qui Landini è chiaro: “Il tema di fondo sul reddito di cittadinanza è creare il lavoro che non c’è, in molti casi il problema è che non sono in grado di fare proposte a chi il lavoro non ce l’ha. È inutile fare discussioni finte o ideologiche. In realtà qui il lavoro non c’è e quando te lo propongono è un lavoro in nero, sottopagato o precario”.

Confronto cercasi

Merito, ma anche metodo. “È un incontro importante per capire come questo governo si vuole rapportare con le organizzazioni sindacali: se pensano di chiamarci per informarci di quello che hanno in mente di fare qualche giorno prima di decidere non è quello che ci interessa”, sottolinea il segretario generale della Cgil lanciando la sfida: “Il governo dica se nel rapporto con i sindacati intende avviare delle trattative e ricercare soluzioni condivise“. Si attendono, dunque, risposte.

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Quattro pensionati su dieci percepiscono meno di mille euro al mese

12 Luglio 2022 – libereta.it

Il 40 per cento ha guadagnato meno di 12mila euro nel 2021. Peggio le donne che hanno in media pensioni inferiori del 37 per cento rispetto a quelle degli uomini. Ma anche i lavoratori non se la passano bene: uno su tre guadagna meno di mille euro al mese. 

Nel 2021, il 40 per cento dei pensionati ha percepito meno di mille euro, se si considerano gli importi delle prestazioni al lordo dell’imposta personale sul reddito. Su base annua meno di dodicimila euro. La fotografia è dell’Inps nella XXI relazione presentata in Parlamento.

Secondo i dati in possesso dell’Istituto di previdenza, i pensionati in Italia sono 16 milioni, di 7,7 milioni maschi (48 per cento) e 8,3 milioni donne (52 per cento). Ma nonostante le donne siano in maggioranza, hanno percepito complessivamente 137 miliardi di euro in pensioni contro i 175 dei maschi.

Un evidente squilibrio a favore dei maschi. Secondo l’Istituto, l’importo medio mensile percepito dagli uomini e superiore a quello delle donne del 37 per cento.

L’aumento dell’inflazione potrebbe pesare sulla spesa per le pensioni. La crescita dell’indice dei prezzi al consumo nel 2022 potrebbe assestarsi sull’8%, spiega l’Inps, e potrebbe pesare sulla spesa per pensioni nel 2023 per 24 miliardi.

Se però si passa agli attivi, le cose vanno meglio solo di poco. Un terzo degli attivi, stando al rapporto, guadagna meno di mille euro. Il 23 per cento dei lavoratori non supera i 780 euro mensili.

Per sostenere i redditi durante la pandemia, l’Inps ha erogato circa 60 miliardi di euro in prestazioni per 15,7 milioni di persone, che – afferma il presidente dell’Istituto Tridico – sono stati utili anche se non hanno fermato la crescita delle disuguaglianze nel nostro Paese. Rimane la sofferenza per redditi e pensioni più basse.

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